Il manifesto di un nuovo immaginario per l'industria italiana: la virtuosa contaminazione tra lavoro artigiano ed economia globale

Oltre 200 persone alla presentazione a Mira di “Futuro Artigiano”

Presentazione di Futuro Artigiano presso Villa Widmann Rezzonico Foscari
Presentazione di Futuro Artigiano
presso Villa Widmann Rezzonico Foscari

Grande successo della presentazione del libro “Futuro Artigiano” di Stefano Micelli, che si è tenuta lo scorso 18 giugno nello splendido contesto di villa Widmann Rezzonico Foscari a Mira, sulla Riviera del Brenta.

Gremito, infatti, l’auditorium nella Barchessa della villa (dove si è tenuta la presentazione), con la presenza di oltre 100 persone. Altrettante hanno potuto assistere all’esterno, dove gli interventi sono stati videoproiettati.

 

La presentazione era inserita all’interno del convegno “Giovani e Impresa del Futuro”, organizzato dall’Associazione Artigiani e Piccola Impresa “Città della Riviera del Brenta”, in collaborazione con il Gruppo Giovani Imprenditori della Confartigianato della Provincia di Venezia e con il patrocinio del Comune di Mira e della Provincia di Venezia.

Gli esponenti del mondo politico che sono intervenuti – il Sindaco di Mira, Michele Carpinetti, e l’Assessore provinciale alle politiche per l’occupazione ed alla formazione, Paolino D’Anna – hanno ricordato le difficoltà che sta passando il loro territorio a causa della crisi. In particolare la ristrutturazione di Porto Marghera ed in generale i problemi occupazionali. Ma hanno anche ricordato, con forza, la straordinaria attività degli Artigiani e le prospettive portate avanti dai giovani imprenditori.

L’evento è stato aperto dal “padrone di casa”, Franco Scantamburlo, Segretario dell’Associazione Artigiani e Piccola Impresa “Città della Riviera del Brenta”, ed alla discussione ha partecipato anche Marco Nardin, Presidente di AG Venezia (il gruppo giovani della Confartigianato Provinciale). L’intervento conclusivo è stato invece tenuto da Salvatore Mazzocca, Presidente dell’Associazione Artigiani e Piccola Impresa “Città della Riviera del Brenta”.

Il quadro generale della crisi internazionale è ben chiaro a tutti gli operatori economici, ma negli ambienti vicini al settore dell’artigianato – ovviamente ben rappresentati tra i partecipanti e tra gli speaker dell’evento – comincia a prefigurarsi una consapevolezza nuova. Ovvero la percezione che il mondo artigiano non sia solo una sorta di “osservatorio privilegiato” (sia della globalizzazione che della crisi internazionale), ma anche per certi versi un banco di prova dei nuovi possibili assetti e delle nuove soluzioni che le imprese italiane possono adottare per superare la cristi stessa e per tornare a prosperare.

Tre sono state le grandi direttrici cui si possono ricondurre gli interventi che si sono susseguiti: una riscoperta generale dell’artigianato, un nuovo rapporto con l’industria ed infine una nuova visione del rapporto con il lavoro intellettuale.

 

La riscoperta dell’artigianato è il centro del libro del professor Micelli: essa presuppone una ridefinizione dal punto di vista scientifico del termine, ma deve portare anche ad una nuova concezione e ad una consapevolezza di sé da parte degli operatori del settore. Come ricorda l’autore: «Nel mondo anglosassone, che abbiamo sempre considerato essere qualche anno più avanti rispetto a noi, oggi si discute molto di artigianato. E ciò accade anche perché, dopo la crisi del 2008, ci si è resi conto che non era più possibile andare avanti con quella enfasi e quella sopravvalutazione di quei mestieri, molto reputati dal punto di vista sociale, che hanno invece male interpretato o quantomeno “interpretato in maniera problematica” l’idea stessa di globalizzazione». Esemplare in questa prospettiva è stato l’intervento di Marco Nardin (Presidente dei giovani imprenditori della Confartigianato di Venezia). «È un po’ paradossale» ammette Nardin: «Per noi, parlare di quello che noi stessi facciamo nelle nostre aziende era sempre stato un po’ un tabù. È sempre stato difficile raccontarsi, pur essendo noi convinti del nostro valore. Adesso siamo chiamati a dimostrarlo, il nostro valore».

 

Un nuovo rapporto con l’industria, d’altra parte, significa una nuova dimensione di continuità fra il lavoro artigianale ed il lavoro delle grandi imprese manifatturiere: uno deve “contaminare” l’altro, ciascuno deve capire di poter beneficiare dell’altro. Il lavoro artigiano non può più essere considerato “residuale”. Ne è ben consapevole, per esempio, Franco Scantamburlo, che afferma: «Senza nostalgici ritorni al passato, solo se raccoglieremo appieno le sfide di una nuova internazionalizzazione delle nostre produzioni – pur mantenendo una forte componente artigianale – se sapremo innovarci ed innovare, potremo cogliere i frutti di una ripresa economica». Gli fa eco Salvatore Mazzocca, Presidente della sua stessa Associazione: «Vogliamo vedere come è possibile rilanciare questo modello della produzione artigiana – che comunque rappresenta bene o male più del 90% delle imprese italiane – per far diventare queste imprese delle vere industrie, localizzate. Ma vorremmo anche far emergere l’eccellenza, puntare sulla qualità e non sulla quantità del prodotto, per far crescere davvero il territorio. Il prototipo di Forte Poerio rappresenta un po’ questo nostro sforzo».

 

Infine, l’ultimo grande tema che è emerso dalla presentazione del libro e dalla discussione al convegno è quello della necessità di una nuova visione del lavoro artigiano come lavoro intellettuale. Questo passaggio richiede anche un nuovo rapporto fra il lavoro artigiano e la formazione, per dare alle “nuove leve” degli strumenti intellettuali adeguati ai tempi, senza più contrapporre come accadeva un tempo – il Presidente Mazzocca lo ricorda – il lavoro “manuale” dei padri artigiani alla speranza invece di un lavoro “intellettuale” per i loro figli.

E la necessità che il cambio di paradigma, cui si faceva cenno sopra, sia effettivamente preso in carico dalle nuove generazioni è ben dipinto da Franco Scantamburlo: «In un Paese come il nostro – egli afferma – dove si dice che i giovani non sono sufficientemente valorizzati, io credo che la più grande sfida per i giovani imprenditori non sia solo quella di garantire la continuità dell’impresa, quanto piuttosto quella di perseguire una propria strada la quale, facendo tesoro del passato, ci porti a nuove imprese, verso nuovi orizzonti». E Marco Nardin, che dell’Associazione dei giovani è il Presidente, sottolinea la consapevolezza delle necessità del cambiamento: «Abbiamo capito che non dobbiamo più essere chiusi, dobbiamo essere degli “artigiani diversi”. Ma diversi non vuol dire perdere quei valori di aggregazione che ci hanno sempre contraddistinto: vuol dire aprirci a nuovi “dialoghi”, avere delle competenze diverse, essere artigiani ed imprenditori a 360 gradi. Vuol dire capire come va gestita l’azienda, parlare con il mondo del design, con il mondo di chi orienta le scelte del consumatore. Vuol dire confrontarci, stabilire delle nuove strategie».

La chiosa finale arriva dal professor Micelli stesso: «Noi abbiamo sempre contrapposto il lavoro “creativo” al lavoro artigiano. Quello che invece la mia personale esperienza mi ha insegnato, è che solo mettendo insieme questi due ingredienti si “fa tombola”. È mettendo insieme questi due tipi di lavoro, non contrapponendoli, che si vince».

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